di F.B.
Di fronte alla violenza digitale, una delle risposte più comuni (spesso suggerita con buone intenzioni) consiste nell’invitare la persona colpita a ridurre la propria presenza online, a sospendere temporaneamente l’attività sui social media o, nei casi più estremi, ad abbandonare del tutto le piattaforme. Nel breve periodo questa scelta può apparire una forma di protezione immediata: diminuire l’esposizione può infatti ridurre la quantità di attacchi diretti o di interazioni ostili.
Tuttavia, se osservata nel lungo periodo, questa strategia produce un effetto paradossale e problematico. Quando le persone che subiscono molestie online si ritirano dallo spazio digitale, il risultato concreto è che gli aggressori ottengono esattamente ciò che cercano: ridurre la visibilità, l’influenza e la capacità di partecipazione delle loro vittime.
Questo meccanismo è particolarmente evidente nel caso delle donne che intervengono nel dibattito pubblico. Giornaliste, ricercatrici, attiviste, professioniste e creatrici di contenuti online sono spesso bersaglio di campagne di delegittimazione, molestie coordinate o tentativi di intimidazione. In molti casi la violenza digitale non mira tanto a convincere o a confutare un’opinione quanto a produrre un effetto di silenziamento. Commenti aggressivi, insinuazioni, campagne di odio o manipolazioni narrative servono a creare un ambiente ostile che renda sempre più difficile continuare a parlare. Quando la persona colpita decide di ridurre la propria presenza online per proteggersi, lo spazio pubblico digitale diventa inevitabilmente più povero, meno pluralista e meno rappresentativo.
Nel 2026 il concetto di diritto di restare online sta emergendo come un elemento centrale nel dibattito sui diritti digitali. L’idea di fondo è semplice ma potente: la soluzione alla violenza digitale non può consistere nell’espellere le vittime dallo spazio digitale. La partecipazione online è ormai parte integrante della vita contemporanea. Non riguarda solo la comunicazione informale, ma anche il lavoro, la ricerca, la partecipazione politica, la costruzione della reputazione professionale e l’accesso alle opportunità economiche. In molte professioni la presenza digitale è diventata una componente strutturale dell’attività lavorativa. Suggerire alle persone di “uscire dalla rete” significa quindi, di fatto, chiedere loro di rinunciare a una parte significativa della propria vita sociale e professionale.
Da questa prospettiva il diritto di restare online può essere interpretato come una declinazione moderna del diritto alla libertà di espressione e alla partecipazione pubblica. Non si tratta solo del diritto di pubblicare contenuti, ma anche del diritto di farlo in condizioni ragionevoli di sicurezza e dignità. Un ambiente digitale in cui alcune categorie di persone – ad esempio donne, minoranze o attivisti – sono sistematicamente scoraggiate dal partecipare a causa delle molestie non può essere considerato uno spazio realmente libero.
Garantire questo diritto richiede un cambiamento di prospettiva nelle politiche di regolazione delle piattaforme.
Per molti anni il modello dominante è stato quello della moderazione reattiva: un contenuto offensivo viene pubblicato, la vittima lo segnala e la piattaforma decide se rimuoverlo. Questo approccio presenta limiti evidenti. Il danno reputazionale e psicologico spesso si produce prima che il contenuto venga rimosso, e il processo di segnalazione può essere lungo, complesso e frustrante per chi lo affronta.
Per il legislatore, ciò implica la necessità di spostare l’attenzione verso forme di responsabilità preventiva. Le piattaforme non sono semplici intermediari neutrali: sono infrastrutture sociali e informative che organizzano la visibilità dei contenuti e modellano le dinamiche di interazione tra gli utenti. Gli algoritmi di raccomandazione, ad esempio, possono amplificare contenuti aggressivi o provocatori perché generano un elevato livello di interazione. In questi casi la violenza non è solo il risultato di comportamenti individuali, ma anche della logica economica e tecnica del sistema.
Un approccio normativo più avanzato potrebbe quindi includere diversi strumenti. Il primo riguarda la trasparenza algoritmica: rendere più comprensibile come vengono distribuiti i contenuti e quali fattori influenzano la loro visibilità. Il secondo riguarda la valutazione del rischio sistemico: le piattaforme dovrebbero analizzare in modo strutturato l’impatto delle proprie tecnologie sulla diffusione di contenuti ostili o di campagne coordinate di molestie. Il terzo riguarda la protezione rafforzata delle persone esposte, ad esempio attraverso sistemi di moderazione più rapidi per chi subisce attacchi ripetuti.
Un’altra dimensione importante riguarda la semplificazione delle procedure di segnalazione. Molte vittime rinunciano a denunciare abusi online perché il processo è percepito come troppo complesso o perché richiede di rivedere ripetutamente contenuti offensivi. Strumenti che consentano la raccolta automatica delle prove o la segnalazione assistita potrebbero ridurre significativamente questo carico.
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, il diritto di restare online richiede anche investimenti nell’educazione digitale. Comprendere il funzionamento degli algoritmi, riconoscere le dinamiche di disinformazione e sviluppare competenze di sicurezza online sono elementi essenziali per rafforzare la resilienza degli utenti. Tuttavia, l’educazione non può sostituire la responsabilità delle piattaforme. Il rischio è altrimenti quello di trasformare la sicurezza digitale in un compito individuale, mentre molte delle dinamiche di violenza sono strutturalmente legate all’architettura dei sistemi digitali.
In ultima analisi, il diritto di restare online rappresenta un principio che orienta il dibattito sulla regolazione delle piattaforme nel prossimo decennio. Non basta proteggere la libertà di espressione in senso astratto; è necessario garantire che le persone possano esercitarla senza essere costrette a pagare un prezzo sproporzionato in termini di sicurezza personale, salute mentale o reputazione professionale.
Per il legislatore, questo significa riconoscere che lo spazio digitale non è semplicemente un ambiente tecnico, ma una infrastruttura civica. Così come le città devono essere progettate per garantire sicurezza e accessibilità ai cittadini, anche le piattaforme digitali devono essere progettate per permettere una partecipazione equa e sicura. Il diritto di restare online, in questo senso, non è un privilegio individuale ma una condizione fondamentale per la qualità della democrazia digitale.
Fonti
European Commission. Digital Services Act – Implementation and Systemic Risk Assessment, 2025.
Council of Europe. Freedom of Expression and Online Safety Framework, 2025.
European Union Agency for Fundamental Rights. Violence Against Women in the Digital Sphere, 2025.
OECD. Digital Rights and Online Participation Report, 2025.