di F.B.
A fine gennaio 2026 appare ormai evidente che limitarsi a parlare di prevenzione della violenza digitale non è più sufficiente. La prevenzione, intesa come insieme di accorgimenti tecnici o comportamentali affidati ai singoli, ha mostrato tutti i suoi limiti in un ecosistema digitale che continua a produrre asimmetrie di potere, esposizione diseguale e vulnerabilità strutturali. Quando la violenza online diventa sistemica, ripetuta e normalizzata, il problema non è più solo evitare il singolo attacco, ma garantire alle persone la possibilità di abitare lo spazio digitale senza dover continuamente difendersi. In questo senso, la violenza digitale non è una deviazione del sistema, ma un indicatore della sua qualità democratica.
Parlare di resilienza digitale nel 2026 significa quindi spostare radicalmente il punto di vista. La resilienza non può essere richiesta alle vittime come prova di forza individuale, né trasformata in una virtù morale che giustifica l’assenza di tutele strutturali. Al contrario, la resilienza è il risultato di condizioni collettive: norme efficaci, piattaforme progettate per ridurre l’abuso, meccanismi di supporto accessibili, riconoscimento pubblico del danno subito. Quando questi elementi mancano, la resilienza diventa un’altra forma di pressione, che spinge soprattutto donne e soggetti vulnerabili a ritirarsi, a tacere, a rinunciare alla partecipazione pur di proteggersi. In questo modo, la violenza digitale produce un effetto di selezione silenziosa, che restringe lo spazio pubblico invece di ampliarlo.
È per questo che, a inizio 2026, parlare di violenza digitale significa inevitabilmente parlare di diritti. Il diritto alla libertà di espressione, alla partecipazione, alla dignità e alla sicurezza non può essere subordinato alla capacità individuale di sopportare l’abuso. Una società digitale resiliente non è quella in cui le persone imparano a “reggere” la violenza, ma quella in cui la violenza perde efficacia perché incontra limiti chiari, risposte credibili e una cultura che non la normalizza. La sfida che si pone oggi non è raffinare ulteriormente le strategie di autoprotezione, ma costruire un ecosistema in cui la presenza online non sia un atto di coraggio, bensì l’esercizio ordinario di un diritto.
Fonti
- Council of Europe – Raccomandazioni e studi su violenza online, diritti fondamentali, libertà di espressione e partecipazione democratica
- European Union Agency for Fundamental Rights – Analisi sull’impatto della violenza digitale sui diritti, sull’accesso allo spazio pubblico e sulla tutela delle vittime
- UN Women – Rapporti su violenza digitale di genere, empowerment e resilienza collettiva