di F.B.
Nel discorso pubblico sulla sicurezza digitale emerge spesso una narrazione implicita ma persistente: se una persona subisce violenza online, probabilmente non è stata abbastanza prudente. Alla fine del 2025, questa logica di colpevolizzazione della vittima rappresenta uno degli ostacoli principali a una tutela efficace, soprattutto per donne e soggetti vulnerabili.
Questo articolo propone una riflessione critica sul modo in cui la responsabilità individuale viene spesso utilizzata per mascherare carenze strutturali e culturali.
La sicurezza come onere individuale
Negli ultimi anni, l’aumento di guide, consigli e raccomandazioni sulla sicurezza online ha avuto effetti ambivalenti. Da un lato ha contribuito a diffondere consapevolezza, dall’altro ha rafforzato l’idea che la protezione sia esclusivamente un compito dell’individuo. Nel caso delle donne, questo si traduce spesso in una pressione ulteriore a limitare la propria presenza digitale per evitare abusi.
Il rischio della normalizzazione dell’abuso
Quando la violenza viene letta come conseguenza di una presunta imprudenza, l’abuso tende a essere normalizzato. La responsabilità si sposta dalla condotta dell’aggressore alle scelte della vittima, riducendo la percezione della gravità del fenomeno e scoraggiando la denuncia.
Responsabilità condivise
Alla fine del 2025, le posizioni espresse da organismi internazionali convergono su un punto chiave: la sicurezza digitale non può essere demandata esclusivamente agli utenti. Piattaforme, istituzioni e sviluppatori hanno una responsabilità diretta nel creare ambienti più sicuri e nel contrastare attivamente le dinamiche di abuso.
Rimettere al centro i diritti
Riconoscere che la sicurezza è un diritto e non un dovere individuale significa restituire centralità alla dignità delle persone. Questo approccio consente di superare la logica punitiva e di costruire strategie di tutela più eque ed efficaci.
Uno sguardo al futuro
Nel 2026, la sfida non sarà aumentare ulteriormente le raccomandazioni individuali, ma riequilibrare il discorso sulla sicurezza digitale, spostandolo dalla colpa alla responsabilità collettiva.
Fonti:
UN Women
European Union Agency for Fundamental Rights
Council of Europe