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Alla fine dell’estate 2025 l’Italia ha scoperto con sgomento l’esistenza di comunità online dedite alla condivisione di foto di donne senza consenso, accompagnate da commenti volgari e sessisti. In particolare, ha destato scalpore la pagina Facebook «Mia Moglie», uno spazio con oltre 32 mila membri in cui uomini – spesso mariti o partner – pubblicavano immagini private delle proprie ignare compagne, traendone complicità e approvazione da parte di altri utenti. La forte indignazione mediatica ha portato alla chiusura di quel gruppo da parte di Meta e all’apertura di un’indagine della Polizia Postale per ipotesi di revenge porn. Tuttavia, il sollievo per la rimozione di quella “bacheca” è durato poco: come un’idra dalle molte teste, il fenomeno è riemerso immediatamente con un nuovo gruppo chiuso chiamato «Mia Moglie 2 – Incontri Social», già popolato da quasi 9 mila iscritti. Contestualmente, veniva smantellato dopo vent’anni di attività anche Phica.net, un forum indipendente su cui venivano caricati contenuti pornografici e foto rubate di donne comuni, persino di figure pubbliche, spesso corredate da insulti a sfondo sessuale. Questi eventi interconnessi hanno evidenziato l’urgenza di affrontare il problema sotto molteplici prospettive: dalla cybersecurity e investigazione informatica necessarie per rintracciare i responsabili, alla tutela della privacy e della dignità delle vittime, fino all’analisi della mascolinità tossica e dei meccanismi psicologici e sociali che alimentano tali comportamenti online. Nel presente articolo esamineremo il “caso Mia Moglie 2” in chiave interdisciplinare, per comprendere come tecnologia, diritto e dinamiche socioculturali si intersecano in fenomeni di sessismo digitale organizzato.

Sicurezza informatica delle piattaforme chiuse e adattamento tecnologico dei gruppi sessisti
Dopo la chiusura del primo gruppo, i partecipanti di Mia Moglie hanno rapidamente adottato contromisure informatiche per sfuggire ai controlli e ricostituire la loro rete in modo più discreto. Il nuovo gruppo «Mia Moglie 2 – Incontri Social» è impostato come gruppo chiuso su Facebook: l’accesso richiede l’approvazione di un amministratore, e dall’esterno non è visibile il contenuto delle discussioni. Questa maggiore riservatezza interna rende più difficile per utenti esterni e moderatori individuare immediatamente attività illecite. Inoltre, il gruppo limita volutamente la quantità di foto pubblicate direttamente sulla bacheca: emergono solo pochissime immagini come esca, mentre il grosso dello scambio avviene altrove. Gli utenti infatti invitano a proseguire la condivisione in privato, tramite Messenger o su canali alternativi come Telegram, che offrono maggiore crittografia e minori possibilità di intervento da parte delle autorità o delle stesse piattaforme. Questa strategia – “scambio su Telegram” – indica un adattamento consapevole: dopo l’attenzione mediatica di fine agosto 2025, i membri sono diventati più accorti nel non lasciare tracce pubbliche facilmente segnalabili. Dal punto di vista della cybersecurity, tali accorgimenti rappresentano un’evoluzione “offensiva” nella security through obscurity: sfruttare canali chiusi, chat crittografate e uno screening superficiale degli iscritti (come l’obbligo di avere una foto profilo) per mantenere attivo il traffico di immagini illecite minimizzando il rischio di ban o takedown.
Parallelamente, casi come il forum Phica.net mostrano un livello ulteriore di organizzazione tecnica. Phica è stato per anni un sito web autonomo, esterno ai social tradizionali, con una propria infrastruttura: un forum pubblico anonimo in cui venivano caricati contenuti pornografici, con sottosezioni dedicate alla condivisione di foto di donne ignare. Gli amministratori di Phica hanno impiegato complesse misure di anonimizzazione per nascondere identità e flussi di denaro: il sito risultava registrato tramite società di comodo e domini esteri, “scatole cinesi” difficili da ricondurre ai reali gestori. L’attività ventennale del portale, emersa anche tramite archivi come la Wayback Machine, testimonia la capacità di questi network di sopravvivere online a lungo operando ai margini della legalità, grazie a misure tecniche che ne hanno ritardato l’identificazione. Anche quando forze dell’ordine e ethical hacker hanno intensificato le analisi, i gestori si sono spostati su piattaforme parallele: nel caso Phica esistevano un canale Telegram collegato e perfino un profilo su OnlyFans con servizi a pagamento per condividere materiale – un tentativo di monetizzazione ulteriore sfruttando piattaforme mainstream ma con minori censure. In sostanza, dal punto di vista della sicurezza informatica, questi gruppi sessisti mostrano un comportamento reattivo ed evolutivo: alla crescita dell’attenzione pubblica e ai tentativi di rimozione, rispondono con la frammentazione su canali più protetti (gruppi chiusi, chat cifrate) e con una presenza multi-piattaforma che garantisca ridondanza (se chiude un canale, ne rimane attivo un altro). Ciò pone sfide considerevoli per la cybersecurity difensiva: le piattaforme social devono migliorare i sistemi di moderazione proattiva anche nei gruppi privati, e le autorità devono tenere il passo con strumenti investigativi digitali in ambienti sempre più chiusi e stratificati.
Privacy violata e conseguenze legali per la diffusione non consensuale di immagini
Alla base di questi scandali vi è una grave e sistematica violazione della privacy e della dignità personale delle vittime. Migliaia di donne – mogli, fidanzate, ex partner ma anche semplici conoscenti o addirittura figure pubbliche – si sono ritrovate esposte online senza alcun consenso, spesso all’oscuro di tutto fino a quando qualche segnalazione le ha messe di fronte all’amara scoperta. Le immagini condivise spaziano da fotografie intime (scatti privati inviati in contesti di fiducia o momenti di intimità) a normali foto prese dai social network ma ripubblicate in un contesto umiliante e sessualizzato. In molti casi il contenuto è chiaramente sessualmente esplicito o riservato, rientrando così nella fattispecie del cosiddetto revenge porn (pornografia non consensuale), introdotta come reato specifico nell’ordinamento italiano nel 2019. La legge punisce chi diffonde immagini o video a contenuto sessuale destinati a rimanere privati senza il consenso della persona ritratta, con pene detentive che possono arrivare fino a 6 anni di carcere (art. 612-ter c.p.). Anche quando le foto non sono esplicitamente pornografiche, la loro pubblicazione accompagnata da insulti e contestualizzata per dileggio può configurare altri reati: in primis la diffamazione aggravata (commessa con mezzo di pubblicità quale internet), punibile ai sensi dell’art. 595 c.p.. In entrambi i casi, oltre all’azione penale, la vittima può agire in sede civile per il risarcimento dei danni morali e alla reputazione subiti. Da un punto di vista procedurale, chi scopre di essere vittima di diffusione illecita di proprie immagini private deve agire tempestivamente: il termine per proporre querela per revenge porn è di sei mesi dalla conoscenza del fatto, mentre la persistenza online di quei contenuti aggrava il danno con il passare del tempo.
Oltre al profilo penalistico, vi è una fondamentale questione di tutela della privacy come diritto della personalità. In Europa, il GDPR e le normative nazionali riconoscono alla persona il controllo sui propri dati personali, fra cui rientra certamente la propria immagine. Pubblicare foto altrui senza permesso, specialmente in contesti lesivi, rappresenta un trattamento illecito di dati personali. In Italia, in casi del genere, la vittima può rivolgersi direttamente anche al Garante per la Protezione dei Dati Personali (Autorità Garante Privacy) chiedendo un intervento urgente: il Garante ha il potere di ordinare in via d’urgenza la rimozione dei contenuti e lo stop del trattamento illecito, spesso più rapidamente di quanto possa avvenire seguendo il solo iter giudiziario penale. Questa è una strada importante per limitare la cosiddetta vittimizzazione secondaria: più a lungo le immagini restano online, più la persona coinvolta subisce umiliazione, ansia e lesione della propria sfera privata, talvolta vedendosi anche colpevolizzata dall’opinione pubblica. Evitare ogni forma di victim blaming è cruciale: frasi come “se non avesse scattato certe foto” oppure “se fosse stata più prudente sui social” spostano ingiustamente la responsabilità su chi subisce, anziché sui perpetratori dell’abuso digitale. In realtà, le donne colpite da queste condivisioni non consensuali sono vittime di un duplice tradimento: prima da parte di chi ha diffuso le loro immagini private, e poi da parte di una comunità online che ne ha fatto oggetto di scherno e offesa, calpestandone la privacy e la reputazione. Le conseguenze psicologiche possono essere profonde: vergogna, paura di ulteriori persecuzioni, perdita di fiducia nelle relazioni e nel web, fino a stati di ansia o depressione post-traumatica. Il caso Mia Moglie 2 ha avuto anche risonanza per le implicazioni sociali: alcune vittime sono figure note (politiche, professioniste) che hanno denunciato pubblicamente l’accaduto, contribuendo a rompere il silenzio e a trasformare la vergogna in denuncia collettiva. Ciò ha spinto anche altre donne a verificare se proprie foto fossero state abusivamente condivise in questi circuiti e a rivolgersi alle autorità. In definitiva, la dimensione della privacy violata in questa vicenda non riguarda solo la sfera individuale ma costituisce un allarme sociale: in un’era di sovraesposizione digitale, diventa indispensabile riaffermare il diritto all’autodeterminazione sull’uso della propria immagine e pretendere tolleranza zero verso chi lo calpesta.
Indagini digitali e analisi forense: smascherare i responsabili nell’era dei social anonimi
La reazione delle forze dell’ordine di fronte ai siti e gruppi sessisti è stata immediata, ma si tratta di indagini complesse che richiedono strumenti digitali avanzati e cooperazione internazionale. La Procura di Roma, ad esempio, ha aperto un fascicolo per revenge porn relativo alla pagina Facebook “Mia Moglie” originaria e sta valutando di unire sotto un’unica maxi-inchiesta nazionale anche il caso Phica.net e altri siti analoghi. Il fatto che tali reati avvengano online non rende i colpevoli invulnerabili: gli investigatori della Polizia Postale stanno raccogliendo informative su account Facebook coinvolti, log di accesso, indirizzi IP e ogni traccia utile a identificare gli utenti che hanno materialmente pubblicato o scambiato le foto incriminate. Facebook/Meta, su richiesta dell’autorità giudiziaria, può fornire dati sugli account (email, numeri di telefono registrati, metadata delle attività) e sulle conversazioni private, anche se la procedura di rogatoria può essere laboriosa essendo i server spesso all’estero. Nel caso di «Mia Moglie 2», paradossalmente, la scarsa cautela iniziale degli amministratori ha facilitato infiltrazioni sotto copertura: giornalisti e probabilmente agenti si sono iscritti al gruppo e ne hanno documentato il funzionamento interno, prima che questo venisse oscurato o chiuso. Si sono così potute acquisire prove screenshot dei post e dei commenti sessisti, nonché monitorare i tentativi degli utenti di spostare gli scambi su altre piattaforme (Messenger, Telegram). Ogni elemento raccolto diventa evidenza che, opportunamente conservata con cristallizzazione forense, potrà essere utilizzata in sede processuale contro gli autori dei messaggi o gli amministratori per i reati contestati.
Ancora più articolata è stata la vicenda di Phica.net, dove è emersa la presenza di un vero e proprio racket organizzato. Grazie a un’approfondita analisi cyber-intelligence condotta in parallelo alle indagini ufficiali, è stato individuato un presunto gestore principale: un uomo italiano di 45 anni, ritenuto l’admin del sito. Dall’esame di conversazioni interne e transazioni è emerso che costui – identificato dalla stampa come Vittorio V. – avrebbe gestito Phica con l’aiuto di più complici, monetizzando illegalmente sul traffico di contenuti illeciti. In particolare, avrebbe messo in atto vere e proprie estorsioni digitali: quando alcune vittime scoprivano la presenza delle proprie foto sul forum e ne chiedevano la rimozione, l’admin esigeva il pagamento di somme di denaro per procedere alla cancellazione. Il tariffario dell’organizzazione, ora al vaglio della Procura, prevedeva richieste fino a 2.000 euro per eliminare immagini o discussioni dal sito, lucrando quindi sulla disperazione delle vittime. Tracciando i flussi finanziari tramite piattaforme come PayPal e analizzando le chat tra amministratori, gli inquirenti hanno raccolto riscontri di questi pagamenti illeciti, configurando così il reato di estorsione aggravata oltre alla diffusione abusiva di materiale. Emblematiche alcune giustificazioni addotte dall’amministratore nelle chat intercettate: di fronte all’accusa di estorcere denaro, avrebbe cinicamente replicato «per la pizza a casa devi pagare», paragonando il servizio di rimozione a una consegna a domicilio da remunerare. Questo spaccato rivela come dietro un’apparente “goliardia” da forum maschile si celassero in realtà professionisti della pornografia amatoriale, già attivi decenni fa con la distribuzione di DVD e poi abilissimi nello sfruttare le nuove opportunità offerte da internet. Gli esperti forensi hanno dovuto districare una rete di domini collegati, società fittizie all’estero, server dislocati fuori Italia e sistemi di pagamento anonimi: un lavoro di digital forensics complesso, tuttora in corso, per risalire a tutti i componenti dell’organizzazione e raccogliere prove utilizzabili in tribunale.
Un aspetto importante delle indagini digitali è anche la reazione degli utenti coinvolti dopo l’emersione del caso. L’oscuramento di Phica.net sul finire di agosto 2025 – avvenuto in concomitanza con l’avvio delle inchieste e le denunce pubbliche da parte di donne note, come un’eurodeputata e la sindaca di Firenze – ha provocato un fuggi fuggi generale dal forum. Molti iscritti, colti dal timore di conseguenze legali, hanno tentato di cancellare i propri commenti e post, e implorato gli amministratori di eliminare ogni traccia delle loro attività. Tuttavia, dal punto di vista forense, queste azioni a posteriori servono a poco: gran parte del materiale incriminato era già stato loggato e salvato dagli investigatori o segnalato dalle vittime. Inoltre, la digital footprint lascia sempre qualche traccia: anche contenuti apparentemente cancellati possono essere recuperati da cache, backup o con tecniche di data recovery. Gli inquirenti stanno esaminando hard disk sequestrati, chat di gruppo su Telegram e account riconducibili ai sospetti: l’obiettivo è non solo individuare i singoli utenti molesti, ma anche provare l’esistenza di un sistema di scambio e profitto, perseguibile eventualmente ai sensi dell’associazione per delinquere. In sostanza, l’attività di digital forensics in questo caso storico di sessismo online organizzato si muove su due fronti: tecnico-informatico, per penetrare gli strati di anonimato e raccogliere dati elettronici probanti, e giuridico, per incasellare quei comportamenti nelle fattispecie di reato appropriate (dalla diffamazione alla violazione della privacy, dal revenge porn all’estorsione). La sinergia tra analisti informatici, forze dell’ordine e magistratura sarà decisiva per smantellare queste reti tossiche e creare un precedente che funga da deterrente per il futuro.
Mascolinità tossica e profili psicologici: le radici socioculturali del fenomeno
Al di là degli aspetti tecnologici e legali, il caso di Mia Moglie 2 e di Phica.net solleva interrogativi fondamentali sul perché migliaia di uomini partecipino a tali pratiche degradanti. Si tratta di un fenomeno alimentato da una diffusa mascolinità tossica, ossia un insieme di atteggiamenti e valori secondo cui l’affermazione di sé come uomini passa attraverso il dominio e la denigrazione della donna. Gli esperti criminologi sottolineano che queste comunità rappresentano l’evoluzione moderna di un sessismo radicato da tempo, ora amplificato dagli strumenti digitali. Possiamo individuare diversi profili psicologici e motivazionali tra i partecipanti:
- Esibizionismo narcisistico. Un primo gruppo è costituito da coloro che pubblicano le foto delle proprie partner (mogli, fidanzate) in atteggiamenti intimi o sensuali. Per questi individui, l’azione risponde a un bisogno di autoaffermazione narcisistica: mostrano la partner come un’estensione di sé, quasi fosse un trofeo che conferma il loro valore agli occhi della comunità maschile online. C’è un elemento di trasgressione esibita, una ricerca di emozione e di potere nel mostrare la propria donna agli altri uomini, spesso senza che lei lo sappia. Psicologicamente, questa dinamica implica fantasie di dominio sul corpo femminile e uno sdoppiamento morale: l’uomo giustifica il proprio gesto minimizzando il valore e i diritti della donna (disimpegno morale), come se fosse legittimo disporre a piacimento dell’immagine altrui in quanto “sua” compagna. In questo meccanismo perverso, l’approvazione ricevuta sotto forma di like o commenti di altri utenti alimenta il suo ego e lo rafforza nella convinzione di non star facendo nulla di sbagliato, anzi di stare partecipando a un gioco da “veri uomini”.
- Il branco competitivo. Su un piano più collettivo, questi gruppi operano come comunità virtuali iper-maschili dove si sviluppa un’alleanza tossica tra uomini. Vige una sorta di competizione a chi esibisce la conquista più audace o a chi formula l’insulto più brillante e machista. Il corpo delle donne è ridotto a capitale simbolico: l’oggettivazione rituale della figura femminile – tramite foto rubate, dettagli intimi spiattellati e volgarità – serve a cementare la coesione interna del gruppo. Si tratta di una dinamica di omologazione di gruppo: vedendo altri farlo, ciascun membro si sente autorizzato e spronato a partecipare, magari alzando il tiro con contenuti e commenti sempre più estremi per guadagnare status e riconoscimento all’interno del branco virtuale. Questo fenomeno rientra nei classici processi psicologici della deindividuazione online: protetti dallo schermo, alcuni uomini si liberano delle inibizioni e mostrano il lato peggiore di sé, emulando e amplificando la violenza verbale man mano che il gruppo la normalizza. In queste “zone franche” digitali si sviluppa una pericolosa normalizzazione della predazione collettiva: le molestie e gli abusi diventano un gioco di squadra, le vittime vengono spogliate (letteralmente e metaforicamente) di dignità senza che nessuno nel gruppo senta il dovere di dissociarsi, anzi chi prova a opporsi viene deriso (emblematico il caso di una donna entrata su Mia Moglie 2 per condannare il comportamento, subito sbeffeggiata dai membri con toni sarcastici). Tale cultura condivisa ricalca schemi da cultura dello stupro, in cui la colpa viene minimizzata e la responsabilità individuale dissolta nella complicità del collettivo. Il riferimento all’“idra” utilizzato per descrivere questi fenomeni è calzante non solo per la capacità di rigenerarsi, ma anche perché simboleggia un mostro a più teste: un’entità collettiva maligna in cui il singolo si sente meno colpevole proprio perché parte di un tutto.
- Voyeurismo e sadismo del pubblico. Non tutti gli iscritti sono attivi nel pubblicare; molti fungono da spettatori, fruendo del materiale e intervenendo talvolta con commenti. Dal punto di vista psicologico, in questi soggetti emergono tratti di voyeurismo – il piacere di guardare contenuti intimi altrui senza consenso – e la ricerca di novità eccitanti (novelty-seeking) tipica di chi consuma pornografia in maniera compulsiva. La presenza di uno scenario “proibito” e reale (non attori porno consenzienti, ma persone comuni esposte loro malgrado) accresce la morbosità dell’interesse. Alcuni utenti sviluppano una sorta di dipendenza comportamentale: passano ore a caccia di nuovi contenuti, rimbalzando tra forum, gruppi chiusi e canali Telegram in un circolo vizioso di stimolazione continua. In questo contesto, i commenti che lasciano sono spesso intrisi di sadismo e disprezzo empatico: insultano e deridono le donne ritratte non solo per eccitarsi, ma anche per affermare una presunta superiorità di genere, godendo dell’umiliazione altrui. Si osserva una inquietante “gamification” della violenza: la condivisione non consensuale diventa quasi un gioco, con meme offensivi, soprannomi denigratori, sfide a chi trova la foto più spinta. Tutto ciò riduce la percezione, da parte di questi uomini, della gravità delle proprie azioni: immersi nella bolla della comunità tossica, il comportamento viene razionalizzato come semplice scherzo, goliardia, “nulla di serio”. In realtà, come sottolineano sociologi e psicologi, è proprio questa banalizzazione del male a rendere tali fenomeni così diffusi: se l’abuso diventa routine, online come offline, si abbassano drasticamente le barriere morali che dovrebbero impedirlo.
In ultima analisi, i profili psicologici e sociali alla base di «Mia Moglie 2» affondano le radici in un patriarcato residuale che sopravvive nella società contemporanea. L’idea proprietaria della donna – considerata cosa dell’uomo, al punto da disporre della sua immagine e intimità – trova in questi spazi virtuali la sua espressione più brutale e priva di filtri. La mascolinità tossica qui non è più solo un costrutto teorico: prende corpo in migliaia di messaggi, in una rete di uomini che si confermano a vicenda nei propri bias misogini. Comprendere queste dinamiche è fondamentale non per giustificarle, ma per prevenirle e contrastarle alla radice: gli interventi repressivi sono doverosi, ma senza un cambiamento culturale profondo rischiano di essere un palliativo temporaneo, destinato a veder rispuntare nuove “teste dell’idra” altrove sul web.
Conclusioni e prospettive
Il caso del sito sessista Mia Moglie 2, insieme alla vicenda Phica.net, rappresenta un inquietante spaccato dell’odio online e della violenza di genere 2.0, ma al contempo può costituire un punto di svolta. L’eco mediatica e l’indignazione popolare sollevate da queste scoperte hanno già prodotto alcune prime conseguenze positive: le vittime hanno trovato maggiore ascolto e solidarietà, le istituzioni (come Polizia Postale, magistratura e Garante Privacy) hanno mostrato reattività nel perseguire i responsabili, e si è avviato un dibattito pubblico sul sessismo online che coinvolge non solo addetti ai lavori ma l’intera società civile. Sul piano tecnico e normativo, l’Unione Europea ha di recente introdotto il Digital Services Act (DSA), un regolamento che obbliga le grandi piattaforme online a responsabilizzarsi di più riguardo ai contenuti illegali e nocivi condivisi dai propri utenti. Strumenti del genere potranno facilitare la rimozione coordinata di pagine come Mia Moglie e la condivisione di informazioni sui colpevoli tra autorità di diversi Paesi. Tuttavia, non bisogna illudersi che basti chiudere un gruppo o oscurare un sito per risolvere definitivamente il problema: come si è visto, le comunità tossiche possono riformarsi altrove se persiste la domanda e l’interesse verso quei contenuti. Serve quindi un approccio multilivello: da un lato, punire in modo esemplare gli autori di questi reati (affinché passi il messaggio che il web non è zona franca, e chi “ruba foto, ruba dignità” viene chiamato a risponderne); dall’altro lato, promuovere iniziative educative e culturali che scardinino gli stereotipi di genere e quel senso di impunità machista con cui troppi ancora si approcciano alla rete. In prospettiva, la prevenzione passa anche per l’empowerment digitale delle potenziali vittime: incoraggiare le donne a segnalare senza paura abusi e a conoscere i propri diritti online, e al contempo formare gli utenti (sin dall’adolescenza) a un uso etico e rispettoso dei mezzi tecnologici. Solo così si potrà bonificare l’ecosistema digitale da fenomeni come Mia Moglie 2, trasformando internet da terreno fertile per la misoginia a spazio di interazione sicuro per tutti.
Fonti:
- Pisanu, Nicoletta. “Phica, Mia moglie: perché gli uomini fanno così e cosa si rischia.” AgendaDigitale.eu, 28 agosto 2025. Disponibile online: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/phica-mia-moglie-perche-gli-uomini-fanno-cosi-e-cosa-si-rischia/.
- F. Q. “Roma, verso maxi-inchiesta su ‘Phica.net’ e ‘Mia Moglie’: ‘Nel forum erano accettati anche minorenni vestiti’.” Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2025. Disponibile online: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/03/phica-mia-moglie-inchiesta-vitiello-news/8114116/.
- Polese, Roberta. “Siti sessisti, spunta una nuova pagina: ‘Ho trovato Mia Moglie 2. 8mila iscritti e commenti choc: ci chiamano donnucole’.” Corriere del Veneto, 4 settembre 2025. Disponibile online: https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/cronaca/25_settembre_04/ho-trovato-mia-moglie-2-ci-sono-8mila-iscritti-e-commenti-choc-ci-chiamano-donnucole-a9c2b1c3-553a-4903-ac32-71cea7970xlk.shtml.
- Romano, Alba. “‘Mia Moglie 2’: l’altro gruppo sessista con 9 mila iscritti.” Open Online, 4 settembre 2025. Disponibile online: https://www.open.online/2025/09/04/mia-moglie-2-gruppo-sessista/.
- Mari, Raffaella. “Odio online, l’idra non muore: ecco ‘Mia Moglie 2’ su Facebook.” La Legge per Tutti, 5 settembre 2025. Disponibile online: https://www.laleggepertutti.it/742340_odio-online-lidra-non-muore-ecco-mia-moglie-2-su-facebook.