Metà agosto 2025. In Italia esplode all’improvviso un caso destinato a segnare un punto di svolta nella lotta alla violenza di genere online: la scoperta del gruppo Facebook chiamato “Mia Moglie”. Si tratta di una comunità chiusa, creata già nel 2019 ma rimasta in penombra fino a pochi mesi fa, dove oltre trentamila uomini – mariti, compagni o conoscenti – condividevano fotografie delle proprie mogli, fidanzate o ex, spesso all’insaputa delle stesse. Le immagini, in molti casi sottratte di nascosto dalla vita quotidiana o trafugate dai profili social delle donne, venivano pubblicate accompagnandole a commenti volgari e degradanti. Tra frasi sessualmente esplicite e insulti grevi, quelle donne, ignare protagoniste degli scatti, venivano ridotte a oggetti, dileggiate pubblicamente in un gioco crudele di complicità maschile.
A portare per prima questo oscuro rituale all’attenzione generale è Carolina Capria, scrittrice e divulgatrice, che a metà agosto pubblica sul proprio profilo Instagram uno screenshot tratto da “Mia Moglie”. Capria denuncia con forza l’esistenza e il contenuto aberrante del gruppo, invitando il pubblico a segnalarlo in massa alle autorità e alla piattaforma stessa. La sua segnalazione diventa rapidamente virale: nel giro di poche ore migliaia di utenti si mobilitano, l’indignazione dilaga su tutti i social e la vicenda guadagna spazio sulle principali testate giornalistiche. Numerose donne riconoscono i propri volti tra quelle foto: per alcune sono immagini private rubate dal partner, per altre semplici scatti pubblici decontestualizzati e ora deturpati da didascalie oscene. Il dolore si mescola alla rabbia mentre emergono le prime testimonianze di chi, scoprendosi esposta senza consenso al ludibrio virtuale, parla di un vero e proprio “stupro digitale”.
Il fenomeno solleva questioni cruciali di privacy e di cybersecurity. La diffusione non autorizzata di immagini personali integra un trattamento illecito di dati personali, vietato dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) e dal Codice Privacy italiano, oltre a configurare reato di revenge porn ai sensi dell’art. 612-ter del Codice Penale, che punisce la condivisione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti. Non meno rilevante è la normativa europea più recente: il Digital Services Act (DSA), entrato pienamente in vigore nel 2024, impone alle piattaforme di grandi dimensioni obblighi stringenti di prevenzione, valutazione del rischio e rimozione tempestiva di contenuti illegali. La vicenda “Mia Moglie” mostra quanto resti difficile tradurre in pratica questi principi, con meccanismi di moderazione automatica incapaci di intercettare abusi così palesi prima che esplodano sotto la pressione mediatica.
Dal punto di vista investigativo, la digital forensics diventa qui decisiva. La Polizia Postale ha acquisito i dati conservati da Meta per risalire agli amministratori e agli utenti più attivi del gruppo. Ogni immagine, commento e log di accesso può diventare prova digitale, da preservare attraverso procedure rigorose di catena di custodia. L’analisi dei metadati consente di ricostruire la provenienza degli scatti (da account cloud compromessi, da dispositivi sottratti o da profili social violati) e di comprendere la traiettoria di diffusione del materiale. La tempestività è fondamentale: gli utenti possono tentare di cancellare profili o migrare altrove, mentre i provider conservano i dati solo per tempi limitati. Per questo l’intervento immediato ha un valore probatorio cruciale.
A questo scenario si intreccia anche una dimensione culturale: i contenuti emersi dal gruppo ricalcano l’immaginario tipico delle comunità incel (involuntary celibates, uomini che attribuiscono alle donne la colpa della propria esclusione affettiva e sessuale). In questi spazi virtuali la donna è trattata come proprietà da esibire o come nemico da ridicolizzare, e la frustrazione individuale si trasforma in odio collettivo. “Mia Moglie” ha replicato questo schema: un luogo in cui l’oggettivazione e l’umiliazione femminile diventano collante sociale e strumento di autolegittimazione maschile. La tecnologia digitale, lungi dall’essere neutrale, ha amplificato tali dinamiche, rendendo virale e condiviso ciò che un tempo sarebbe rimasto confinato nel privato.
Il 20 agosto 2025, sotto la pressione pubblica e politica, Meta oscura il gruppo, motivando la decisione con la violazione delle regole sulla condivisione non consensuale di contenuti sessuali. Tuttavia, la chiusura non basta a dissolvere il problema. Nel frattempo, parallelamente, emergono segnalazioni di altri canali analoghi pronti a ricostituirsi con nomi diversi o a spostarsi su piattaforme meno controllabili come Telegram. La Polizia Postale ha aperto indagini per scoraggiare la proliferazione di queste “zone franche” digitali. Il messaggio che passa è chiaro: “Mia Moglie” non è un’eccezione, ma la punta di un iceberg sommerso di violenza sessista online. La sua emersione, pur dolorosa, ha scoperchiato un vaso di Pandora a lungo ignorato. E mentre l’Italia si interroga sgomenta su quanto accaduto, si è già profilato all’orizzonte un secondo scandalo, ancora più esteso e insidioso: sarà oggetto del prossimo articolo di questa serie, dedicato al caso di Phica.net.
Fonti
- “Italy outraged over men sharing intimate photos of their wives online”, Financial Times, 21 agosto 2025. Ultimo accesso il 1 settembre 2025.
- “Facebook has closed a group in Italy where hundreds of men shared intimate photos of their wives without consent”, El País, 20 agosto 2025. Ultimo accesso il 1 settembre 2025.
- “Chiudere il gruppo Facebook ‘Mia moglie’ è stato il primo passo, ora si indaga sui responsabili”, Wired Italia, 25 agosto 2025. Ultimo accesso il 1 settembre 2025.
- “Revenge porn” ( voce ), Wikipedia, aggiornato a settembre 2025 (legge italiana 612-ter c.p.). Ultimo accesso il 1 settembre 2025.
- “Italy shuts down controversial site after resurfacing of Women’s intimate photos”, Associated Press, 28 agosto 2025 (richiama anche il caso “Mia Moglie” come precedente). Ultimo accesso il 1 settembre 2025.