1. Introduzione: la nuova estetica della sottomissione
Sui feed di TikTok scorrono immagini tranquillizzanti: cucine color pastello, grembiuli anni ’50, ceste di pane appena sfornato, case immacolate, bambini silenziosi, mariti sorridenti. Figure come Nara Smith, Ballerina Farm, Estee Williams incarnano una femminilità pettinata, docile e scintillante, narrata attraverso tutorial di ricette, skincare mattutine e confessioni intime di devozione coniugale. Nulla, almeno in superficie, sembra minaccioso.
Eppure dietro i loro video esiste un ecosistema più complesso. Diversi studi mostrano come la “tradwife aesthetic” – la moglie tradizionale 2.0 – serva a veicolare un messaggio anti-femminista e, talvolta, politico, attraverso un’estetica accattivante e rassicurante. Come osserva Zahay, questi contenuti “stilizzano la femminilità e la domesticità come verità visiva” (Zahay 2022), trasformando un’ideologia in un lifestyle instagrammabile. Love (2020) spiega che la femminilità iper-curata di molte tradwives funziona come un “ammorbidente culturale” per normalizzare messaggi conservatori o suprematisti (Love 2020).
La domanda centrale è dunque: cosa sono realmente le tradwives? E soprattutto: perché la loro popolarità è pericolosa per le generazioni più giovani?
2. Cosa sono (davvero) le tradwives e perché non hanno nulla di tradizionale
2.1 La definizione contemporanea
Oggi “tradwife” indica una donna che promuove, spesso sui social, la scelta di vivere secondo ruoli di genere “tradizionali”: lui lavora, lei sta a casa, cucina, cresce i figli ed è sottomessa al marito. Questa è la narrativa che emergerebbe guardando un video qualunque.
Ma gli studi mostrano una realtà molto diversa.
Bower (2024) sostiene che le tradwives sono difficilissime da definire in modo univoco, perché non rappresentano un movimento omogeneo, bensì “un’estetica iper-femminile che maschera differenze profonde di classe, razza e ideologia” (Bower 2024). Alcune sono nostalgiche anni ’50, altre cristiane conservatrici, altre ancora ex girlboss convertite alla domesticità. In nessun caso esiste un reale ritorno alla tradizione.
2.2 La storia sfata il mito della casalinga
Perché “tradwife” non significa “tradizionale”? Perché il modello di casalinga celebrato da queste influencer non è mai stato il modello storico della maggior parte delle donne.
Gli studi di Alexander (2023) mostrano che “la figura della casalinga anni ’50 è una costruzione culturale più che una realtà storica” (Alexander 2023). Le donne hanno sempre lavorato: nei campi, nei mercati, nelle fabbriche, nei laboratori. Anche nel dopoguerra, la maggior parte delle donne nere, migranti e working-class non ha mai avuto il privilegio di restare a casa.
Il mito della casalinga “pura” nasce negli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60, grazie al boom economico, alla suburbanizzazione, ai salari maschili crescenti, agli elettrodomestici e all’uso del lavoro servile delle donne BIPOC.
La “casalinga perfetta” non fu mai una figura universale, ma un costrutto razzializzato e di classe, creato per sostenere il modello del male breadwinner e il consumismo domestico del dopoguerra. Kaur (2025) mostra come questo “ideale domestico bianco” sia radicato in logiche coloniali (Kaur 2025).
Le tradwives, quindi, non recuperano una tradizione, ma un’ideologia nostalgica nata nella pubblicità del dopoguerra.
3. Tradwife come performance (anche un po’ roleplay)
Osservare i profili TikTok delle tradwives significa entrare in un universo altamente coreografato: grembiuli a balze, outfit anni ’50, sorrisi impeccabili, trucco perfetto mentre si spolvera un mobile. Tutto appare più vicino a un set cinematografico che alla vita reale.
Molte analisi parlano di ruolo performativo. Bower (2024) nota che l’estetica tradwife è costruita come persona, non come vita reale: un iper-rituale di femminilità, più vicino al cosplay che alla tradizione.
E poi c’è l’elefante nella stanza: quasi tutte queste donne sono economicamente indipendenti. Vendono ebook, corsi, affiliazioni Amazon, sponsorizzazioni.
Sono imprenditrici dell’immagine: Kaur (2025) definisce il fenomeno “la housewifization of the girlboss” — la trasformazione della girlboss in casalinga perfetta senza rinunciare alla monetizzazione del proprio corpo e della propria estetica.
Non sono casalinghe tradizionali: sono lavoratrici digitali che performano la casalinga.
4. L’impatto negativo sulle generazioni giovani
4.1 Estetica dell’irraggiungibile: la pressione sulla femminilità
Le tradwives propongono uno standard impossibile: bellezza impeccabile, casa perfetta, maternità inesauribile, totale devozione. Come osserva Simpson, questa estetica colpisce soprattutto le giovani più fragili, generando inadeguatezza, colpa e auto-svalutazione (Simpson 2024).
4.2 Anti-femminismo travestito da lifestyle
Zahay (2022) mostra che i vlog tradwife uniscono tutorial innocui a messaggi politici anti-femministi, secondo cui:
- la carriera rende “mascolinizzate”,
- il femminismo sarebbe responsabile dell’infelicità femminile,
- la sottomissione è naturale e rassicurante.
Una “politica del pastello”, efficace proprio perché sembra apolitica.
4.3 Normalizzazione della sottomissione
Alcune tradwives promuovono la leadership maschile indiscutibile, il controllo del marito, la rinuncia all’autonomia economica. Alexander parla di un ritorno al lavoro riproduttivo come destino femminile, travestito da scelta.
4.4 L’aggancio con l’estrema destra
Love dimostra che molte tradwives fungono da “volti femminili che normalizzano l’alt-right” (Love 2020).
Alcuni casi mostrano contenuti anti-LGBTQ+, anti-immigrazione, pro-identità bianca.
Non tutte le tradwives sono politiche, ma la loro estetica lo è: è un veicolo potente per normalizzare ruoli di genere rigidi e ideologie estremiste.
5. Conclusione: la tradwife è una fantasia, non una tradizione
Il successo delle tradwives è una risposta estetica alla precarietà moderna: un rifugio visivo in un mondo complesso.
Ma non bisogna confondere comfort visivo con verità storica.
Le tradwives vendono un mito, non una tradizione: un immaginario perfetto per chi vuole riportare le donne a casa, lontano dalla sfera pubblica.
Smascherare questa estetica non significa attaccare scelte personali, ma difendere la libertà collettiva.
Bibliografia
Alexander, R. J. (2023). BirthStrikers and Traditional Housewives — Reproductive Power as Resistance in an Era of Crisis? University of Sydney.
Bower, L. J. (2024). ‘The thorn in feminism’s side: black feminist reconceptualization and defence of tradwives and the #tradwife movement’, Journal of Gender Studies, 34(7), pp. 1037–1053.
Kaur, G. (2025). Tradwives: The Housewifization of the Girl Boss. CUNY Graduate Center.
Love, N. S. (2020). ‘Shield Maidens, Fashy Femmes, and TradWives: Feminism, Patriarchy, and Right-Wing Populism’, Frontiers in Sociology, 5, 1–9.
Pettitt, A. K. (2024). ‘The Rise and Fall of the Trad Wife’, The New Yorker.
Simpson, S. (2024). Traditional wives and feminine lives: A mixed methods analysis for understanding thetradwives phenomenon. Lund University.
Tradwives and Truth Warriors. Gender and Nationalism in White Nationalist Women’s Blogs.
Zahay, M. L. (2022). ‘What “Real” Women Want: Alt-Right Femininity Vlogs as an Anti-Feminist Populist
Aesthetic’, Media and Communication, 10(4), pp. 170–179