di Redazione
Nel mondo contemporaneo, la sicurezza digitale delle donne rappresenta una delle frontiere della cybersecurity più complesse da raggiungere e da esplorare compiutamente, sebbene da qualche anno si sia iniziato ad affrontare il discorso in maniera più sistematica. In particolare, l’uso di applicazioni di tracciamento occulto, note come “stalkerware”, a partire dalla pandemia, è una minaccia in costante evoluzione. Recenti rapporti di Citizen Lab ed Electronic Frontier Foundation hanno confermato come nel 2025 il perfezionamento tecnologico di queste app abbia raggiunto livelli preoccupanti. Non più semplici strumenti rudimentali, ma sofisticati software camuffati da app legittime, in grado di aggirare anche le protezioni dei principali sistemi operativi.
Queste applicazioni non solo consentono il tracciamento della posizione, ma intercettano comunicazioni, registrano conversazioni ambientali e rubano contenuti multimediali. La vera insidia è l’invisibilità: per molte vittime, il primo segnale di allarme è solo una sensazione indefinibile di essere “osservate”. Tecnicamente, alcuni indicatori possono aiutare: un consumo anomalo di batteria, l’innalzamento della temperatura del dispositivo, applicazioni non riconosciute che richiedono permessi invasivi.
Un approccio efficace alla difesa digitale parte da una presa di coscienza culturale: considerare i propri dispositivi come vere e proprie estensioni della propria persona. Proprio come proteggiamo la nostra intimità fisica, dobbiamo proteggere quella digitale. Strumenti come iVerify per iOS e Mobile Verification Toolkit per Android permettono di effettuare controlli avanzati senza necessità di competenze tecniche elevate.
Dal punto di vista giuridico, l’uso di stalkerware configura diverse violazioni: interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.), accesso abusivo a un sistema informatico (art. 615-ter c.p.) e, nei casi di reiterazione persecutoria, anche stalking (art. 612-bis c.p.). L’accertamento probatorio resta complesso: è fondamentale rivolgersi tempestivamente a un consulente forense certificato, in grado di acquisire prove digitali nel rispetto della catena di custodia.
A livello neuroscientifico, recenti ricerche, tra cui quella di Southworth et al. (2007), indicano che essere oggetto di monitoraggio costante genera modificazioni nelle risposte allo stress, aumentando l’incidenza di disturbi d’ansia, depressione e alterazioni cognitive. Proteggere la propria sicurezza digitale, quindi, non è soltanto una questione di privacy: è un atto di tutela della salute mentale.
Guardando al futuro, è urgente integrare nei programmi di educazione digitale specifici moduli sulla difesa contro lo stalkerware, destinati non solo alle giovani generazioni, ma anche alle donne adulte. L’empowerment digitale deve diventare parte integrante dei percorsi di autonomia femminile, riconoscendo la connessione profonda tra libertà personale e integrità digitale.