di F.B.
Uno degli aspetti meno discussi della violenza digitale è la fatica che impone alle persone che cercano di proteggersi. A fine gennaio 2026, molte donne non sono semplicemente vittime di singoli episodi di abuso, ma vivono in una condizione permanente di allerta. Bloccare, segnalare, documentare, prevenire, spiegare, giustificare. La difesa diventa un lavoro invisibile, quotidiano, emotivamente logorante, che si somma al lavoro retribuito, alla cura, alla gestione della propria presenza pubblica. Non è un incidente, ma una modalità strutturale con cui la violenza digitale opera: non solo colpendo, ma costringendo a una vigilanza continua.
Questa stanchezza non è una debolezza individuale, ma una risposta fisiologica a un ambiente che richiede attenzione costante. Ogni parola viene pesata, ogni esposizione valutata in termini di rischio, ogni silenzio interpretato. Nel tempo, questa pressione produce esaurimento emotivo, riduzione della partecipazione, ritiro selettivo. La violenza digitale non agisce soltanto attraverso l’attacco diretto, ma attraverso l’obbligo di difendersi senza tregua, trasformando la presenza online in una prestazione continua di autocontrollo. È qui che la retorica della resilienza mostra il suo lato più problematico: chiedere alle persone di essere sempre forti, sempre lucide, sempre pronte a reagire significa normalizzare un sistema che scarica su di loro il costo della sicurezza.
Nel 2026, tuttavia, emerge con maggiore chiarezza una domanda nuova e più scomoda: perché la protezione deve essere sempre manuale, reattiva, emotivamente onerosa? Ed è qui che l’intelligenza artificiale può avere un ruolo, non come soluzione miracolosa, ma come strumento di riduzione del carico emotivo, se e solo se progettata con questo obiettivo. Alcune applicazioni già in uso mostrano una direzione possibile: sistemi di filtraggio intelligente che intercettano pattern di molestia prima che raggiungano la persona; strumenti di pre-moderazione che riducono l’esposizione diretta ai contenuti ostili; assistenti digitali capaci di supportare la documentazione automatica degli abusi, alleggerendo il peso cognitivo e psicologico della “prova”. In questi casi, l’AI non “protegge” al posto della persona, ma agisce come cuscinetto, riducendo la necessità di un coinvolgimento emotivo costante.
Il punto cruciale, però, è politico e culturale prima che tecnologico. Se l’intelligenza artificiale viene usata per aumentare il controllo sulle vittime, per sorvegliarle o per chieder loro ulteriori competenze, il risultato è fallimentare. Se invece viene utilizzata per spostare parte del lavoro difensivo fuori dalla sfera emotiva della persona, allora può contribuire a riequilibrare una dinamica profondamente ingiusta. Riconoscere la fatica della difesa significa smettere di chiedere alle vittime di non stancarsi mai e iniziare a progettare ambienti digitali che non richiedano una resistenza continua per essere abitati.
Una tutela digitale autentica, nel 2026, non è quella che rende le persone più forti, ma quella che rende la violenza meno efficace. E ridurre il costo emotivo della protezione non è un favore alle vittime: è una responsabilità collettiva.
Fonti
- World Health Organization – Studi sull’impatto dello stress cronico e della violenza psicologica sulla salute mentale
- UN Women – Analisi sulla violenza digitale di genere, carico emotivo e responsabilità strutturali

