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Revenge porn a Foggia: quando la violenza digitale invade i muri della città

close up shot of a woman using a mobile phone

Photo by MART PRODUCTION on Pexels.com

Una foto rubata e falsificata ha trasformato la vita di una diciannovenne di Foggia in un incubo, rivelando le inquietanti dinamiche del revenge porn e della violenza digitale. La vicenda di Arianna Petti, i cui scatti privati sono stati photoshoppati per spogliarla virtualmente e poi diffusi senza consenso, è emblematica di un fenomeno in crescita che coinvolge cybersecurity, privacy, tecniche di digital forensics e persino aspetti psicologici e sociali legati alla cultura maschile. In poche settimane, un’immagine deepfake costruita sul corpo e sul volto di Arianna è diventata virale, circolando sui social media e persino affissa sui muri della città insieme a insulti, numero di telefono e indirizzo della vittima. Questo caso limite, in cui la ragazza si è ritrovata bersaglio di odio online e minacce fisiche, offre spunti per un’analisi approfondita: come sono state rubate e alterate le sue foto? Quali strumenti tecnici e legali esistono per tutelare la dignità digitale di una persona? Perché molti uomini partecipano o assistono a tali abusi? E cosa si può fare, tra prevenzione e indagini forensi, per contrastare questa forma di violenza di massa?

Cybersecurity e furto di dati personali

Il primo aspetto cruciale è tecnico: come una foto privata può essere sottratta e manipolata? Nel caso di Foggia, Arianna ha dichiarato che l’immagine incriminata era una foto innocua, tenuta per sé e mai inviata a nessuno. Ciò suggerisce una compromissione della sicurezza informatica a livello personale: un accesso non autorizzato al suo dispositivo o ai suoi archivi cloud potrebbe aver permesso a qualcuno di rubare la foto. Questo evidenzia quanto sia essenziale curare la cybersecurity individuale: proteggere smartphone e computer con password robuste, autenticazione a due fattori e aggiornamenti costanti, e prestare attenzione a possibili tentativi di phishing o malware che mirano a sottrarre dati personali. Spesso, i responsabili del revenge porn ottengono le immagini mediante hack di account, credenziali trafugate o sfruttando la fiducia (ad esempio ex-partner con accesso a foto intime). Una superficie di rischio particolare è rappresentata dai social network: profili pubblici possono offrire materiali (foto in costume, immagini personali) che malintenzionati estraggono e manipolano. In altri casi, come forum segreti o gruppi chat, circolano collezioni di foto hackerate da account cloud di ignare vittime. Dal punto di vista tecnologico, l’episodio di Foggia mostra anche l’evoluzione delle minacce: l’uso di algoritmi di deepfake o software come DeepNude (un’app che “spoglia” virtualmente le donne) rende sempre più semplice creare immagini sessuali false ma realistiche, partendo da foto comuni. Le vittime si trovano così esposte a un abuso potenzialmente incontrollabile: basta un clic perché una foto privata (o persino pubblica ma innocente) venga trasformata in qualcosa di intimo e degradante, dando agli aggressori un’arma di ricatto o di umiliazione.

Violazione della privacy e tutela legale

La diffusione di immagini intime senza consenso costituisce una grave violazione della privacy e, in Italia, è un reato specifico introdotto nel 2019. Con la legge 69/2019 (cosiddetto Codice Rosso), il codice penale punisce il “revenge porn” come diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza consenso (art. 612-ter c.p.), con pene fino a 6 anni di reclusione e pesanti multe. Nel caso di Arianna, la falsificazione aggiunge un ulteriore livello: si tratta anche di diffamazione aggravata e uso illecito di immagini contraffatte. Pubblicare l’indirizzo e i contatti della vittima configura poi reati di stalking o istigazione alla violenza. Il quadro normativo, dunque, c’è – frutto anche di tragedie precedenti come il suicidio di Tiziana Cantone nel 2016 che scosse l’opinione pubblica – ma l’applicazione pratica è complessa. Molte vittime esitano a denunciare per vergogna o timore di colpevolizzazione, e quando lo fanno spesso incontrano ostacoli: il materiale da fornire come prova può essere doloroso da esibire, e nei procedimenti è la vittima a dover dimostrare il dolo altrui. Inoltre, le leggi nazionali faticano a tenere il passo con l’ecosistema digitale globale: piattaforme e server all’estero (si pensi a Telegram o a siti anonimi) non collaborano facilmente, e la rimozione dei contenuti richiede tempi lunghi mentre il danno continua a propagarsi. Nel frattempo, le autorità italiane – Polizia Postale e magistratura – stanno intensificando gli sforzi: di recente forum e gruppi online sessisti molto attivi nel diffondere questo materiale sono stati individuati e chiusi. Ad agosto 2025 ha fatto scalpore il sequestro del portale Phica (attivo da 20 anni), dove si erano accumulate migliaia di immagini rubate o alterate di donne comuni e persino figure pubbliche (comprese ministre e parlamentari). In parallelo, Facebook ha oscurato gruppi come “Mia moglie”, dove decine di migliaia di uomini condividevano foto delle proprie partner ignare. Queste operazioni dimostrano che lo Stato considera finalmente il revenge porn una forma di violenza di genere grave, da perseguire con decisione. Tuttavia, la lentezza nel rimuovere il materiale e identificare i colpevoli evidenzia una sfida aperta: nel mondo digitale, la privacy individuale rischia costantemente di essere violata su larga scala, e servono meccanismi più rapidi (anche a livello di regolamentazione europea) per tutelare le vittime e fermare la diffusione virale di contenuti illeciti.

Digital forensics: indagini e prove nella rete

Contrastare efficacemente questi crimini richiede strumenti avanzati di digital forensics, ovvero l’insieme di tecniche investigative applicate al mondo informatico. Nel caso di Phica, ad esempio, la Polizia Postale ha dovuto sequestrare server e archivi contenenti diversi terabyte di foto e video, per analizzare ogni upload, commento e transazione associata. Gli investigatori utilizzano metodi come la tracciatura degli indirizzi IP, l’analisi dei metadati dei file (timestamp, dispositivi usati), il monitoraggio di pagamenti online e l’incrocio di informazioni su diversi servizi per risalire ai responsabili. Un esperto di cyber-intelligence coinvolto nel caso Phica ha spiegato che dietro la piattaforma c’era un sistema organizzato: gli amministratori sfruttavano l’anonimato, server offshore e società fittizie per coprire le proprie tracce, arrivando perfino a chiedere pagamenti in cambio della rimozione dei contenuti (un’estorsione ai danni delle vittime). Per smantellare tali reti, gli inquirenti devono quindi operare come in un puzzle: ogni indizio digitale – chat interne, registri di sistema, pseudonimi usati nei forum – va ricomposto per identificare sia chi ha materialmente caricato le immagini, sia chi gestisce le piattaforme. La cooperazione internazionale è spesso necessaria, data la natura transfrontaliera di Internet: server in paesi diversi richiedono rogatorie e collaborazioni con forze di polizia estere. Anche le grandi aziende tech sono chiamate in causa: piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok o provider di hosting possono conservare log utili a rintracciare gli autori degli upload illegali, e dovrebbero intervenire prontamente per rimuovere contenuti segnalati (notice and takedown). Un ulteriore fronte di digital forensics riguarda la verifica dei deepfake: sviluppare algoritmi capaci di riconoscere quando un’immagine o un video è stato manipolato con l’IA (ad esempio rilevando incongruenze pixel o artefatti) può fornire prove scientifiche per smentire l’autenticità del materiale diffuso e rafforzare l’azione legale. Infine, esistono iniziative tecnologiche a tutela delle potenziali vittime: ad esempio, sistemi come StopNCII permettono a chi teme la diffusione di proprie foto intime di caricare hash crittografici (impronte digitali dei file) su un database; le piattaforme aderenti possono così bloccare l’eventuale upload di quelle immagini prima ancora che diventino pubbliche. Strumenti simili rappresentano un approccio di prevenzione secondaria, complementare al lavoro investigativo tradizionale: l’obiettivo è mitigare il danno riducendo il più possibile l’esposizione online del materiale privato rubato.

Profili psicologici maschili: perché lo fanno?

Un nodo centrale, spesso trascurato, è capire le motivazioni di chi compie (o alimenta) queste azioni. Perché molti uomini condividono foto intime altrui senza consenso, le commentano con volgarità o addirittura organizzano collezioni di immagini rubate? Le scienze sociali e la criminologia offrono diverse chiavi di lettura. In primo luogo, esistono casi di revenge porn “puro”, quello che dà nome al fenomeno: individui (sovente ex partner respinti) che diffondono materiale intimo della donna per vendetta, per “punirla” di un torto percepito (come la fine di una relazione). Qui la psicologia evidenzia sentimenti di rancore, gelosia, bisogno di riassertare controllo e potere sull’ex compagna. Tuttavia, la maggior parte degli episodi non nasce da una vendetta diretta, bensì da dinamiche di esibizionismo e branco. Molti uomini infatti condividono foto private delle proprie partner (o di altre donne trovate online) in gruppi ristretti o forum, spinti da motivazioni diverse: narcisismo, desiderio di approvazione e status tra i pari, gusto per la trasgressione. Come spiega il criminologo Arije Antinori, in questi comportamenti c’è spesso un’estensione narcisistica del sé: l’uomo mostra la partner come un trofeo, cercando conferma e lodi dagli altri uomini. È una forma di esibizionismo digitale dove la donna diventa un oggetto tramite cui il soggetto maschile alimenta la propria autostima – “guardate cosa possiedo/controllo”. Questa dinamica si intreccia con la fantasia di dominio: l’eccitazione in molti casi deriva proprio dall’idea di esercitare un potere sul corpo femminile, violandone l’intimità e il consenso. In contesti di gruppo, poi, subentra l’effetto branco: all’interno di chat maschili o forum anonimi si sviluppa una competizione tossica, in cui ciascuno cerca di stupire o divertire gli altri con contenuti sempre più spinti e commenti sempre più aggressivi. La mascolinità competitiva fa sì che il corpo delle donne diventi la “valuta” con cui gli uomini cementano la propria alleanza: condividere foto intime non autorizzate, lanciare insulti sessuali, vantarsi di conquiste reali o presunte sono tutti modi per ottenere status nel gruppo. Purtroppo queste comunità creano norme sociali devianti: all’interno della cerchia, il gesto di diffondere immagini private viene sminuito a “scherzo goliardico” o addirittura a diritto di divertimento. L’empatia verso la vittima crolla, perché ci si disimpegna moralmente – “lo fanno tutti, è solo un gioco”. Così, comportamenti altrimenti impensabili vengono normalizzati, e anzi c’è un’escalation: col tempo gli utenti cercano contenuti più estremi (foto di ragazze molto giovani, oppure materiale rubato sempre più esplicitamente) alimentando un circuito di assuefazione e insensibilità. Studi psicologici hanno individuato in questi soggetti tratti comuni come la scarsa empatia, l’atteggiamento sessista, il bisogno di appartenenza e spesso anche il semplice desiderio di divertimento senza considerare le conseguenze. Inoltre, non va sottovalutata la componente di misoginia culturale: come sottolinea la sociologa Silvia Semenzin, alla radice c’è la persistente idea patriarcale che il corpo femminile sia una proprietà da usare e mostrare. La mancanza di consenso, anziché frenare, diventa per alcuni un fattore di eccitazione: la trasgressione sta proprio nel violare il divieto, nel “farla franca” calpestando la volontà della donna. In altre parole, dominare e umiliare diventa parte del piacere perverso di questo abuso. È importante sfatare un mito: i perpetratori non sono “mostri isolati” o malati, ma spesso uomini normali – “il vicino di casa, il collega, lo studente universitario”, come ricorda Semenzin. Si tratta di un problema sociale diffuso, che coinvolge tutte le età e classi sociali, radicato in stereotipi di genere ancora molto vivi. Fintanto che nella società sarà tollerata o minimizzata la narrazione “era solo uno scherzo da spogliatoio”, questi comportamenti troveranno terreno fertile.

Impatto sulle vittime e conseguenze sociali

Dall’altro lato dello schermo, le vittime subiscono effetti devastanti. Chi vede la propria intimità violata pubblicamente prova un misto di vergogna, paura, rabbia e impotenza. La vita di Arianna a Foggia, ad esempio, è stata stravolta: ha dovuto vivere mesi sapendo che chiunque attorno a lei poteva aver visto quelle immagini false, ha ricevuto minacce e molestie, ed è arrivata a temere per la propria incolumità fisica (non dimentichiamo che nel suo caso gli aggressori avevano diffuso anche l’indirizzo di casa, esponendola a pericoli concreti). Da un punto di vista psicologico, gli esperti paragonano il trauma da revenge porn a una violenza sessuale a tutti gli effetti: l’abuso dell’immagine può causare disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia, perdita di autostima. È frequente che la vittima si auto-colpevolizzi (“non avrei dovuto fare quelle foto”, “ho sbagliato a fidarmi”), alimentando sentimenti di colpa e vergogna. L’impatto sulla sfera sociale è altrettanto grave: molte donne colpite si isolano, cambiano città o scuola, evitano nuove relazioni per paura che il loro passato online riaffiori. In casi estremi, la sofferenza e l’umiliazione pubblica portano a gesti disperati: studi indicano che oltre la metà delle vittime di revenge porn contempla pensieri suicidari e purtroppo alcune, come Tiziana Cantone, arrivano a togliersi la vita. Dal punto di vista collettivo, il danno sociale è duplice. Da un lato, questi episodi contribuiscono a intimidire le donne nello spazio digitale: sapendo di poter diventare bersaglio di abusi online, molte limitano la propria espressione in rete o evitano di condividere contenuti personali, subendo di fatto una restrizione della libertà. Dall’altro lato, la presenza di forum e gruppi che normalizzano la violenza online alimenta una cultura dell’odio e della mercificazione del corpo femminile. Siti come Phica – con centinaia di migliaia di utenti – hanno dimostrato che esiste una platea ampia e trasversale disposta a fruire di questo materiale e persino a pagare per esso. Si crea dunque un mercato dello sfruttamento non consensuale, una sorta di “pornografia della vendetta” che non è altro che pornografia non consensuale. Preoccupante anche il coinvolgimento di minori: sia come vittime (foto di adolescenti che circolano nelle chat, spesso derivanti da sexting ingenuamente condiviso e poi tradito), sia come fruitori che in giovane età vengono esposti a un’idea distorta della sessualità e del rispetto. La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio in Italia ha evidenziato come il revenge porn rientri nella più ampia violenza di genere online, una “forma di violenza di massa” secondo la definizione emersa nel dibattito pubblico. Ciò significa che la società nel suo complesso ne è chiamata in causa: non è solo un fatto privato tra chi diffonde e chi subisce, ma un fenomeno che riguarda tutti in quanto utenti della rete e membri della comunità. Ogni volta che un utente qualunque condivide o anche solo tace di fronte a materiale del genere, contribuisce ad alimentare questo circuito tossico.

Prevenzione e contrasto: verso una cultura digitale responsabile

Alla luce di quanto esposto, diventa chiaro che la lotta al revenge porn e ai suoi derivati (come i deepfake a sfondo sessuale) deve avvenire su più livelli. Tecnologicamente, oltre a migliorare la sicurezza dei propri dati (educando le persone al digital hygiene e all’uso consapevole di strumenti di protezione), occorre che le piattaforme online si dotino di meccanismi più efficaci per rilevare e bloccare la condivisione non consensuale. Gli algoritmi di intelligenza artificiale possono aiutare a identificare immagini intime divulgate senza autorizzazione o a riconoscere volti noti in contesti pornografici (ad esempio, un volto pubblico in un video hard può indicare un possibile deepfake da rimuovere). Progetti internazionali mirano già a creare database di hash di immagini proibite, sull’esempio di quanto fatto con il materiale pedopornografico, così da impedire l’upload di contenuti bannati. Legalmente, è necessario aggiornare e armonizzare le normative: a livello europeo si discute di obblighi più stringenti per i gestori di siti e di un approccio comune per reati di questo tipo, facilitando l’azione transnazionale. È fondamentale anche prevedere tutele processuali per le vittime, ad esempio consentendo denunce più rapide, anonimato nei procedimenti per evitare ulteriore esposizione mediatica, e supporto legale e psicologico gratuito. Sul fronte delle indagini, investire nella formazione di unità specializzate in cybercrimini di genere permetterà di stare al passo con le nuove tecniche degli abusanti (pensiamo all’uso di criptovalute per vendere materiale o di reti cifrate per diffonderlo). Ma forse l’aspetto più importante è quello culturale ed educativo. Come in ogni fenomeno di violenza di genere, la prevenzione primaria risiede nel cambiare le mentalità. Bisogna agire sull’educazione affettiva e digitale fin dalle scuole, insegnando ai giovani (soprattutto ai ragazzi) il valore del consenso, del rispetto dell’intimità altrui e le conseguenze reali del mondo virtuale. Campagne di sensibilizzazione rivolte al grande pubblico dovrebbero ribadire che condividere foto altrui senza permesso non è un gioco né una bravata, ma un crimine che devasta vite. E occorre coinvolgere gli uomini come parte della soluzione: promuovere una “responsabilità maschile” nel contrastare il revenge porn, spingendo coloro che fanno parte di chat o gruppi in cui avviene, ad adottare la linea invocata dalla stessa Arianna Petti: non diffondere, segnalare, denunciare. Solo creando un clima di condanna sociale unanime verso questi atti – e offrendo al contempo sostegno alle vittime che trovino il coraggio di parlare – si potrà spezzare la catena dell’omertà digitale che finora ha protetto i colpevoli. In conclusione, il caso di Foggia e gli scandali correlati (dal forum ventennale chiuso alle chat di “amici” complici) sono un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. La tecnologia che ha amplificato l’offesa deve ora essere impiegata per riparare: ricostruire la dignità perduta è possibile solo unendo strumenti tecnici efficaci, leggi adeguate e – soprattutto – un profondo cambiamento culturale. La sfida è aperta: se il web moltiplica la portata dell’abuso, deve crescere di pari passo la nostra capacità di tutela e di giustizia.

Fonti

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